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sabato 19 luglio 2008

Citazione dai testi

Lettera n.120 di Thérèse Martin

J. M. J. T.


Dal Carmelo, 25 aprile 1893

Gesù,

Mia cara Celina,
Ho voglia di dirti un pensiero che m'è venuto questa mattina, o piuttosto di metterti a parte dei desideri di Gesù sulla tua anima.

Quando penso a te presso l'unico Amico delle nostre anime, è sempre la semplicità che si presenta a me come il carattere distintivo del tuo cuore... Celina!... semplice fiorellino Celina, non invidiare i fiori dei giardini.

Gesù non ci ha detto: "Io sono il fiore dei giardini, la rosa coltivata", ma: "Io sono il fiore dei campi e il giglio delle convalli" (cant.2,1). Ebbene! stamattina, accanto al tabernacolo, ho pensato che la mia Celina, il fiorellino di Gesù, doveva essere e restare sempre una goccia di rugiada nascosta nella divina corolla del Giglio delle vallate...

Una goccia di rugiada: che cosa vi è di più semplice e di più puro? Non sono le nuvole che l'hanno formata, perche' la rugiada discende sui fiori quando l'azzurro del cielo è stellato. Essa non è paragonabile alla pioggia e la vince per la sua bellezza e freschezza. La rugiada non esiste che la notte. Appena il sole diffonde i suoi caldi raggi, fa distillare quelle perle meravigliose che brillano ai margini dei fili d'erba del prato e la rugiada si muta in vapore leggero. Celina è una goccia di rugiada che non è stata formata dalle nubi, ma scesa dal cielo luminoso, la sua patria. Durante la notte della vita, la sua missione è quella di nascondersi nel cuore del Fiore dei campi.
Nessuno sguardo umano deve scoprirla; il solo calice che la possiede conoscerà la piccola goccia e tutta la sua freschezza.

Fortunata gocciolina di rugiada, conosciuta solo da Gesù, non fermarti a considerare il corso fragoroso dei fiumi che costituiscono l'ammirazione delle creature, non invidiare neppure il limpido ruscello che serpeggia nel prato. Senza dubbio, il suo mormorio è tanto soave, ma può giungere agli orecchi delle creature, e poi il calice del Fiore dei campi non lo potrebbe contenere. Non può essere solo per Gesù.

Per appartenere a lui, bisogna essere piccoli, piccoli come una goccia di rugiada! Oh! come sono poche le anime che aspirano ad essere piccole così. "Ma, esse dicono, il fiume e il ruscello non sono più utili della goccia di rugiada? Che fa questa? Non è buona a nulla, fuorchè a rinfrescare per qualche istante un fiore campestre che oggi è e domani sarà bell'e sparito" (Reminescenza di Mt. 6. 30).

Sicuramente, queste persone hanno ragione, la goccia di rugiada non è buona ad altro che a questo, ma dimostrano di non conoscere il Fiore campastre che ha voluto abitare sulla nostra terra d'esilio e restarvi durante la breve notte della vita. Se lo conoscessero, capirebbero il rimprovero che Gesù ha fatto un giorno a Marta (Cfr. Lc. 10, 42). Il nostro Diletto non ha bisogno dei nostri pensieri originali, delle nostre opere strepitose; se vuole pensieri sublimi, non ci sono i suoi angeli, le sue legioni di spiriti celesti, la cui scienza sorpassa infinitamente quella dei più grandi geni della nostra miserabile terra?

Non è dunque l'ingegno e i talenti che Gesù è venuto a cercare quaggiù. Non si è fatto Fiore dei campi se non per dimostrare a noi quanto predilige la semplicità. Il Giglio delle convalli non brama altro che una gocciolina di rugiada... Ed è per questo che n'ha creata una che si chiama Celina!... Durante la notte della vita, essa dovrà rimanere nascosta ad ogni sgurado umano, ma quando le ombre cominceranno a declinare (Cant. 4, 6), quando il Fiore dei campi sarà divenuto il Sole di giustizia (Mal. 3, 50), quando verrà per compiere la sua corsa di gigante (Sal. 18, 6), potrà dimenticarsi della sua gocciolina di rugiada?... Oh no! appena apparirà nella sua gloria, anche la compagna del suo esilio apparirà con lui. Il divino Sole fermerà su di lei uno dei suoi raggi d'amore e subito si manifesterà allo sguardo abbagliato degli angeli e dei santi la povera gocciolina di rugiada, che brillerà come un diamante prezioso il quale, riflettendo il Sole di giustizia, sarà diventato simile a lui. L'Astro divino volgendosi verso la sua goccia di rugiada, l'attirerà a sè. Essa salirà come un vapore leggero ed andrà a stabilirsi per l'eternità nel braciere ardente dell'Amore increato e sarà unita a lui per sempre. Allo stesso modo che, sulla terra, fu la compagna fedele del suo esilio, dei suoi disprezzi, così in cielo dividerà eternamente la gloria del suo regno.

In quale stupore cadranno allora coloro che, in questo mondo, avevano considerato come inutile la gocciolina di rugiada! Certamente, avranno una scusa: non era stato loro rivelato il dono di Dio; non avevano accostato il loro cuore a quello del Fiore dei campi, e non avevano inteso le parole travolgenti: "Dammi da bere" (Gv. 4, 7). Gesù non chiama tutte le anime ad essere delle goccie di rugiada. Vuole che vi siano dei liquori preziosi che le creature apprezzano, capaci di sollevarle nelle loro necessità, ma per sè, egli si riserva una goccia di rugiada. Ecco tutta la sua ambizione.

Che privilegio essere chiamata ad una missione così alta!... Ma per corrispondervi, come bisogna restare semplice... Gesù sa bene che sulla terra, è difficile conservarsi puri; per questo vuole che le goccie di rugiada s'ignorino esse stesse. Egli si compiace a contemplarle, ma le guarda lui solo, ed esse, non conoscendo il proprio valore, si ritengono al di sotto delle altre creature... Ecco ciò che desidera il Giglio delle valli. La gocciolina di rugiada, Celina, ha compreso... Questo è il fine per il quale Gesù l'ha creata, ma non deve dimenticare la sua povera sorellina. Bisogna che le ottenga la grazia di realizzare quello che Gesù le fa comprendere, affinchè un giorno, il medesimo raggio d'amore faccia distillare le due goccioline di rugiada. Così, dopo essere state una cosa sola sulla terra, potranno rimanere unite per tutta l'eternità in seno al Sole divino.

Teresa del Bambino Gesù del Volto Santo

lunedì 14 luglio 2008

Therese Martin: l'Amore e la Scienza d'Amore

Negli articoli che seguono si prenderà in esame tentando di tracciarne il percorso evolutivo, un periodo che va all’incirca dal 1700 per qualche accenno agli antenati dell’albero genealogico famigliare di Thérèse, fino al 2008.
Perchè 2008 e non 30 settembre 1897 effettiva data della sua morte?
Semplicemente perchè la storia di Thérèse Martin, non è mai veramente terminata in quanto non è mai morta veramente.
Molti si sono dati da fare nel bene come nel male, e per vari motivi affinchè il suo ricordo non si dissolvesse. Lei stessa ha lasciato degli scritti su cui hanno fatto leva i suoi mistificatori più o meno in buona fede e i suoi demistificatori.
Questa di Thérèse Martin è una lunga storia che ha coinvolto e tuttora coinvolge milioni di persone più o meno a lei vicine o anche lontane, alcune addirittura molto lontane.
La morte dell’ultima delle sorelle Martin nel febbraio 1959, Celine Martin anch’essa monaca carmelitana del monastero di Lisieux, se ha chiuso la parentesi di questa lunga saga famigliare come qualcuno l’ha denominata non ha concluso la vicenda del personaggio centrale della famiglia Martin appunto Thérèse e forse perchè Thérèse solo accidentalmente è nata come appartenente alla famiglia Martin, in verità Thérèse esula dalla piccola storia familiare per entrare di diritto nella più grande storia dell’evoluzione dell’uni-verso, quale storia dell’evoluzione dell’amore che poi è la storia di Dio. La storia singolare di Thérèse Martin coincide con la stessa storia di Dio.
Ecco perchè arriviamo al 2008: perchè ella è ancora vivente non solo nel ricordo ma vivente realmente in carne ed ossa ( come le teorie del cosiddetto “secondo corpo”, “corpo astrale” o “corpo sottile”, proprie alle ricerche delle discipline del paranormale e della parapsicologia sostengono) in qualche pianeta dell’universo abitato da coloro che a lei sono più simili e affini in quanto a livello di evoluzione raggiunto come del resto attestano lo stato delle cose sempre delle moderne ricerche parapsicologiche sulla realtà dell’aldilà.
Chi scrive non è nè un cattolico nè fa riferimento ad alcun’altra confessione religiosa ma semplicemente si considera un amico di Thérèse Martin.
Quindi non si intende fare apologia nè di questa nè di quella religione ma solo dire all’amica: sappi che tu sei sempre nei miei pensieri. Tutto quì.
Se abbiamo scelto il paradigma evoluzionista è perchè meglio rende ragione senza mistificarlo del suo percorso che è appunto un percorso evolutivo che come giustamente insegnano le moderne scienze naturali, lentamente conduce dai nostri antenati scimmie antropomorfe che grazie alla loro prima invenzione, il primo strumento di lavoro, crearono quel gradiente naturale della libido, il simbolo, che li rese esseri umani producendo “cultura” e di lì sviluppando ed esercitando disciplinandole, le loro capacità immaginative, astrattive, simbolizzatrici, in una parola la capacità riflessiva, di simbolo in simbolo giungiamo fino alla nuova umanità.
Nuova umanità che si approssima proprio grazie ad esemplari della specie come Thérèse Martin che hanno perseguito radicalmente e con tutte le loro forze la scienza d’amore, dove il Logos è Logos (Scienza) dell’Amore e l’Amore è Amore di questo e solo di questo Logos (Scienza), proprio perchè il Logos che era in principio era il Logos che era presso Dio e questo Dio era il Logos stesso.
Questi nuovi esemplari della specie sono capaci addirittura di andare oltre la stessa cultura senza necessariamente ritornare al mito dell’eden, al mondo naturale precedente la stessa preistoria umana: gli scienziati dell’amore.
Thérèse è quindi una scienziata dell’amore, di più, essa è questa scienza d’amore e in quanto tale è il discorso di Dio (Parola di Dio). Ma non perchè ha letto questo o quel libro, sappiamo che leggeva poco anche se leggeva bene, ma piuttosto perchè è nata evoluta. Ed è nata evoluta non per suo merito ma grazie al lavoro evolutivo degli antenati meno evoluti di lei, espressione anch’essi del percorso della freccia dell’evoluzione: il protagonismo infatti così come il culto della personalità è qualcosa di altri tempi, qualcosa resosi ormai obsoleto.
Essa come Adamo ed Eva nasce dal fango delle guerre evolutive condotte dai suoi padri e dalle sue madri includendovi anche la storia sociale più recente caratterizzata dall’ascesa della moderna borghesia e le susseguenti lotte proletarie per l’emancipazione del lavoro. Essa tuttavia nasce principalmente come figlia più che biologica dell’intuizione di un ebreo attento e intelligente studioso della Thorà, il “Libro della Legge”. Egli intuì infatti duemila anni fà, la via ancora da percorrere come via di redenzione non per emanciparsi dal lavoro ma per liberarsi radicalmente da quel lavoro a cui la specie era stata condannata dal peccato originale: farsi tutt’uno con il Padre, farsi di nuovo simili al creatore in una ripetizione della scena primigenia dell’Eden ma questa volta con un finale redentivo e non peccaminoso come allora.
Nascere evoluti tuttavia non gli è stato sufficiente a Thérèse ma è stato necessario che la “piccola” Thérèse muovesse “passi da gigante” per usare la sua terminologia, verso una nuova meta evolutiva che l’attendeva ancora e la morte non l’ha fermata ed essa è ancora quì nell’universo a camminare verso quell’ulteriore meta evolutiva anche in lei già concepitosi come progetto quando era ancora sul nostro pianeta Terra: il Regno Umano oltre la croce natura/cultura, pseudologos/Logos Vivente, come comprova la sua ultima crisi ed esperienza di conversione detta “Notte della Fede” dove la tentazione di abdicare al materialismo e quindi al nichilismo, tentazione che l’aspettava al guado: non quindi una semplice malattia ma un vero e proprio confronto della Ragione. Questa tentazione ateo-materialista-nichilista proveniente dalla forza gravitazionale del suo corpo ormai in sfacelo non l’ha avuta: anche il Logos Vivente infatti ha una sua propria forza gravitazionale ed è negaentropica: una vera “centrale nucleare”. Già a suo tempo infatti Giovanni il Teologo dalle somme altezze del suo sguardo di Aquila ebbe a commentare: “La carne non può nulla. La carne può solo far soffrire ma è lo Spirito che dà la Vita.”
“Non muoio entro nella Vita”. Così infatti commentò la sua propria morte la pensatrice di Lisieux.
Il seguente articolo è tratto in parte dalla voce su Teresa di Lisieux liberamente modificabile dell’Enciclopedia Libera Mondiale Wikipedia a cui io stesso ho collaborato a redigere, successivamente rielaborata e integrata con nuova documentazione e ulteriori riflessioni sulla vicenda del grande teologo.